LE DEPRESSIONI INFANTILI
Testo in
inglese
Depressione
e stress
Home Page
/ / Pagina
iniziale
Il concetto di
depressione — infantile, per ciò che riguarda i nostri interessi, ma lo stesso
potrebbe valere per quella degli adulti — non verrà più inteso, come usualmente
viene fatto, nel senso di " caduta del tono dell'umore " che invece
ne è solo uno dei sintomi, e tra l'altro non sempre presente, ma nel senso
inibizione (depressione, in senso dinamico) di alcuni meccanismi neurochimici
cerebrali.
Sulla base di
queste premesse, la malattia depressiva è sempre un disordine neuropsichico (e
nel bambino la cosa è molto più evidente che
nell'adulto) anche se il livello neurologico implicato è quello più fine della sinapsi,
che non quello, più grossolano, del neurone.
A ciò si deve
aggiungere che la malattia depressiva è sempre una condizione morbosa che implica l'intero organismo, nelle sue componenti
neurovegetativa, motoria, intellettiva, oltre che affettiva, quest'ultima
responsabile, in gran parte, del conseguente intacco dei rapporti relazionali e
sociali, se essi non erano già causa della malattia stessa.
Si deve dire che
un organismo raffinato, adattabile, come è quello umano, e il suo organo più
complesso, il cervello pur avendo raggiunto alti livelli di
specializzazione, non possono essere messi totalmente in crisi tanto
facilmente. A tal fine esiste tutta una riserva di meccanismi di aggiustamento
(meccanismi compensativi) tali da poter ridurre al minimo le conseguenze di un
disfunzionamento parziale.
Naturalmente, per
quante compensazioni possano essere messe in atto, si tratta poi di un numero
limitato, e potrà accadere che esse non riescano a far fronte ad un danno che
oltrepassi i limiti di tolleranza per una certa area cerebrale che presiede ad
una certa funzione ed allora quell'area e
quella funzione verranno abbandonate, anche
se non completamente, perché in quest'ultimo
caso si avrebbe una atrofia.
Si può comprendere
come allora, a meno di un danno traumatico preciso, le prime ad essere
disattivate siano quelle aree che presiedono alle capacità acquisite per ultime
(in ordine: meccanismi logico-formali, motricità fine, linguaggio) che sono tipiche
dell'essere umano adulto evoluto, mentre saranno più difese quelle più
primitive, che presiedono alla vita neurovegetativa.
Tra questi due
estremi sono possibili tutte le condizioni
intermedie, ed il processo di senescenza
cerebrale ne dà atto in maniera precisa.
Lo stesso avverrà, ma in maniera inversa, se il danno si è prodotto in un
momento evolutivo:
Si deve aggiungere
ancora una supposizione, che però serve ad interpretare precisi riscontri clinici. E'
evidente che un danno cerebrale, anche quando l'agente lesivo abbia azione
diffusa, come avviene ad esempio nelle encefaliti, non colpisce in maniera
uniforme tutte le strutture e funzioni del cervello.
Si veda, a questo
proposito, quanto succede in certe forme gravissime di coma, in cui manca quasi
attività elettrica cerebrale rilevabile (al
controllo EEG) ma in cui funzioni
neurovegetative come respirazione, digestione, circolazione sanguigna,
emissione di urina e feci, termoregolazione,
ecc. possono invece essere conservate.
Questo intacco
sarà appunto di tipo depressivo, nel senso che abbiamo
dato a questa parola: inibizione di
particolari circuiti neurochimici, con o senza
compensi dovuti ali 'iperfunzione
di altri.
il danno cerebrale
corrisponde alla distruzione dell'area cerebrale colpita (per cui il danno
della funzione ha un corrispettivo nella lesione anatomica) oppure esistono
danni in cui, pur non essendovi distruzione, si viene a determinare il blocco
funzionale, in quanto il livello di
funzionamento è tale da impedire l'atrofia (ex non uso), ma non sufficiente per
permettere lo svolgersi della funzione?
In base ad
esperienze personali, sembra di dover dare una risposta positiva anche
all'ipotesi di una riattivazione che, comunque, sarà tanto più efficiente quanto
minore è l'età del soggetto, e quanto prima viene impostato il trattamento
terapeutico.
Questo tuttavia
non vuoi dire che non esistano situazioni
morbose che sono solo depressive — si tratta anzi
del più frequente riscontro che si fa nella pratica della neuropsichiatria
infantile —, depressioni a monte delle
quali, se danno c’è stato, esso è restato limitato ad una caduta di funzionalità, la cui espressione sintomatica sarà di
tipo difettuale, o in cui l’entrata in
funzione di meccanismi compensatori ci fa comprendere lo sforzo che l’organismo
fa per mantenere una omeostasi che ha rischiato
di essere, a certi livelli, scompaginata.
Riassunto.
La
malattia depressiva implica sempre l’intero organismo nelle sue componenti affettiva, intellettiva, motoria, neurovegetativa e
si ripercuoterà sui rapporti relazionali e sociali.
In
questi ultimi casi, accanto a una depressione primaria di questo tipo, si potrà
riscontrare anche una depressione secondaria come risultato della coscienza del
proprio handicap.
E’ stato riscontrato dalla ricerca neurofisiologica
di base che le vie GABAergiche, nei
mammiferi e nell’uomo, sono particolarmente
fragili alla nascita e nel periodo della prima infanzia,
e, anche in accordo con dati di ricerche clinico-terapeutiche
personali, la depressione infantile è una malattia in cui esiste sempre uno
squilibrio GABAergico di base.
Le cause della
depressione infantile saranno quindi riferibili ad agenti fisici, chimici,
infettivi o psicologici che abbiano agito in periodo critico. Questo tipo di
impostazione modifica completamente i
rapporti di causalità, innanzitutto perché
privilegia ampiamente, per una condizione morbosa che sembrerebbe solo
psichica, fattori che in grande maggioranza non sono psicologici.
Se infatti, per
una qualsiasi delle cause non psicologiche
che andremo ad elencare, la soglia emotiva del bambino è stata e continua ad
essere alterata e/o si sono modificati ritmi biologici fondamentali come il
sonno e l’alimentazione, non sarà difficile che avvenga, come è stato
riscontrato, che anche la migliore disponibilità di una madre possa essere
messa in crisi.
Bambini che
piangono di continuo, non mangiano o, peggio, non dormono per mesi e mesi,
impedendo alla madre di dormire, producono in quest’ultima fatica e stress (e la perdita del sonno è uno degli
stress peggiori!), con la conseguenza che
anche la madre migliore, a meno che non abbia vocazione
per la santità, sarà portata a controreagire nel migliore dei casi con
l’indifferenza affettiva, nel peggiore — e per fortuna capita di rado — con il figlicidio.
Tra questi due
estremi sono possibili tutte le reazioni intermedie, con il risultato di
menomare la relazione emotiva madre-bambino che è fondamentale nella prima
infanzia; per questa via quindi si aggrava ulteriormente il disturbo del
bambino.
In questo modo si
instaura un circolo vizioso che ha alla sua origine un agente non psicologico
del disturbo psichico, ma che viene continuamente alimentato dal successivo
disturbo relazionale madre-bambino.
Se, come
superficialmente si è fatto per anni e anni, e come spessissimo si continua a
fare, ci si limita a rilevare l’atteggiamento materno di
ostilità, non valutandone la funzione
controreattiva, e lo si giudica la causa iniziale, si rischia non solo di non
comprendere l’esatta dinamica del disturbo attuale, ma di applicare metodi
terapeutici che, per forza, non daranno i risultati sperati.
Tanto più che
questi metodi da un lato implicano un’azione della madre e in quest’ultima alimentano
sentimenti di inadeguatezza e di colpevolezza, dall’altro lato è proprio su
questa supposta madre colpevole che si dovrebbe fondare il trattamento
terapeutico.
Con questo non si
vuole assolutamente affermare che non
esistano disturbi depressivi dell’infanzia la cui origine sia solo psicologica,
per lo più materna. Ci sono, ma essi sono molto più rari di quanto abitualmente
si ritiene. Per quel che è l’esperienza personale, essi non raggiungono il 10%
di tutte le forme depressive incontrate. E’
probabile anzi che essi siano anche in numero minore, alcuni agenti lesivi non
essendo ancora stati messi in giusta luce.
Stabiliti
questi criteri, si può comprendere che la
malattia depressiva, quando è l’unico quadro clinico
morboso, abbia come momenti eziologici quasi tutti quelli che sono alla base
della insufficienza mentale (quando l’azione lesiva sia stata meno intensa) e
in più in certo numero di cause psicologiche, le une e le altre comunque tali
da condurre ad una ridotta funzionalità di meccanismi neurochimici, e alla ipercompensazione di altri.
Nel caso invece in
cui la depressione sia un sintomo di accompagno di malattie lesionali del
sistema nervoso centrale, le cause psicologiche non potranno essere agenti primari, ma fattori di quella quantità di
depressione secondaria che si può sempre aggiungere ad una depressione primaria
di qualsiasi origine.
Se la depressione
infantile rappresenta l’unico quadro morboso, ne distingueremo così le cause:
— predisposizione ereditaria (non ancora ben valutata
statisticamente, ma di accertato riscontro);
— perinatali:
(sono le più frequenti) parto accelerato, parto prolungato, prematurità, postmaturità, gemellarità,
parto complicato, asfissia neonatale, iperbilirubinemia
non grave, ridotto peso alla nascita, cordone ombelicale avvolto intorno al
collo, o corto, taglio cesareo, anche quando deciso fin dall’inizio, e non dopo
un travaglio che si stava prolungando, exanguino-trasfusione
per incompatibilità RH;
— post-natali: trauma cranico non grave, malattie
virali che producano screzi encefalitici (influenze,
morbillo, ma soprattutto pertosse!),
tossicosi metaboliche non gravi, malattie
cardiache che riducano l’ossigenazione cerebrale, esiti di epatite virale,
esiti di malattie renali, malattie fisiche prolungate, traumi psichici
(disturbato rapporto madre-bambino, perdita di uno o di entrambi i genitori,
internamento in brefotrofio; atmosfera familiare gravemente disturbata).
Le cause qui
indicate ai vari livelli dello sviluppo dell’individuo possono naturalmente
sommarsi, non solo, come abitualmente avviene: causa somatica + causa psicologica, ma anche varie cause somatiche tra di loro; o ancora predisposizione
ereditaria + causa somatica + causa psicologica, e così via.
Tra
i suoi effetti, l’abbassamento di soglia emotiva, che, a sua volta, può essere
causa di ulteriore disturbo nei rapporti
relazionali, in particolare, nella primissima infanzia,
nella relazione madre-bambino.
Le
cause della depressione infantile, oltre ad una predisposizione familiare, in
certi casi, sono in gran parte quelle che, ad un livello d’azione più intenso,
determinano l’insufficienza mentale, e si distingueranno in prenatali,
perinatali e postnatali.
A
queste ultime si devono aggiungere cause psicologiche che, come primitive, si
riscontrano solo nella depressione infantile, quando questa rappresenta l’unico
quadro morboso.
In ogni caso, dopo
la nascita, comprenderà sempre sintomi somatici e psichici, con un aumento dei
sintomi psichici man mano che ci si avvicina
all’età adolescenziale.
Nel periodo
intrauterino il sintomo tipico di risposta allo stress è l’iperattività in utero (probabilmente dovuta a iperfunzione di vie eccitatorie
dopaminergiche non più adeguatamente
controllate per la caduta dei poteri inibitivi
GABAergici).
Ulteriore conferma
di una depressività fetale è data dal
liquido amniotico tinto di meconio, che si riscontra al momento della rottura
del sacco amniotico, all’inizio del travaglio di parto, e che è considerato
l’equivalente della diarrea postnatale.
In epoca
immediatamente neonatale, e nel primo anno di vita i sintomi depressivi difettuali più comuni sono:
— riduzione o
perdita dell’appetito;
— pianto continuo;
— stitichezza;
— facilità alle malattie da raffreddamento;
— pallore.
— aumento del
sonno (porta ad un aumento della neoproduzione di GABA);
— succhiarsi il
dito (determina attivazione di aree cerebrali molto ampie);
— aumento del
[bisogno di] contatto termico-tattile con la
madre, che viene così obbligata ad un rapporto stretto, erroneamente giudicato
come iperprotettivo (ha invece azione
ansiolitica);
— disturbi "
caratteriali " (determinano increzione surrenalica
ad azione positiva sulla ipotensione, e sulla neoproduzione di serotonina);
— dondolarsi o
farsi dondolare (azione ansiolitica, per probabili afferenze
vestibolo-limbiche) ;
Altri
sintomi di non facile classificazione:
— gastroenteriti
non infettive, con diarrea;
— persistenza
della crosta lattea;
— facilità al
vomito;
— acetonemia in corso di febbre;
— convulsioni
febbrili;
— ritardo motorio
semplice, o ritardo del linguaggio semplice.
Tra il 2° anno e
l’ingresso nella scuola elementare i sintomi difettuali
della depressione infantile sono:
— disturbi del
sonno, anche solo risveglio mattutino anticipato;
— appetito scarso,
o con scelta alimentare ridotta;
— pianto facile;
— facilità alle
malattie da raffreddamento;
— pallore;
— astenia;
— freddolosità;
— tristezza;
— isolamento;
— gioco solitario, o con pochissimi compagni;
— diversità di
comportamento tra mattino e pomeriggio (alcuni sono più sereni al mattino,
altri al pomeriggio).
— bulimia;
— voracità per i
dolciumi (serve ad aumentare la neoproduzione di GABA
[tramite il ciclo di Krebs]);
— ricerca attiva
di caffè o vino (bevande euforizzanti);
— preferenza
alimentare per il brodo di carne (contiene glutammina e/o glutammato,
precursori del GABA);
— dipendenza accentuata
dalla figura materna;
— disturbi
caratteriali;
— necessità di
porsi al centro dell’attenzione (aumenta l’autostima?);
— scelta di
compagni più piccoli per il gioco, (con i più piccoli il livello delle proprie
capacità diventa adeguato, e spesso, essendo
poi il più robusto, diventa il capetto);
— dondolarsi;
— masturbazione neurotica (compenso adrenergico
durante l’orgasmo);
Sono ancora
riscontrabili questi altri sintomi, ma non è chiaro se siano difettuali o di compenso:
— balbuzie;
— tics;
— diarree
improvvise, senza ragione;
— digrignare i
denti nel sonno;
— parlare nel sonno;
— pavor nocturnus;
— variazioni del
tono dell’umore, in relazione ai cambiamenti del tempo;
— stato di maggior
benessere durante l’estate;
— gelosia fraterna;
— enuresi;
— encopresi;
— rituali prima di
mangiare, o al momento di andare a letto;
— rifiuto panico
di frequentare la scuola materna (equivalente della fobia della scuola?);
— ritardo semplice
del linguaggio e modesto ritardo motorio.
L’ingresso nella scuola elementare, di per se
stesso, può smascherare una depressività di
fondo in bambini che fino a quel momento erano stati in una situazione di
benessere, o almeno tale sembrava. Tra i 6 e gli 11-12 anni avremo, come
sintomi difettuali:
— disturbi del
sonno (difficoltà all’addormentamento,
o frequenti risvegli durante la notte, o risveglio mattutino anticipato);
— disturbi
dell’alimentazione, o scelta alimentare ridotta;
— pianto facile;
— stitichezza;
— facilità alle
malattie da raffreddamento;
— pallore;
— astenia;
— freddolosità;
— cefalea (frontale o nucale);
— tristezza;
— inibizione emotiva;
— permalosità;
— gioco solitario,
o con pochi amici;
— linguaggio
puerile; goffaggine motoria;
—disturbi di
apprendimento, per difficoltà di attenzione, concentrazione,
memoria, ideazione.
Sono invece
sintomi di compenso, in questo periodo:
— bulimia;
— voracità per i
dolciumi;
— voracità per il
brodo;
— ricerca attiva
di sostanze psicostimolanti (caffè, vino o
alcolici);
— disturbi
caratteriali;
— ricerca di
situazioni di rischio;
— masturbazione neurotica;
— voler essere al centro dell’attenzione (una forma diversa per
imporre una dipendenza?);
— far il buffone,
specie in classe (aumenta l’autostima, per aumento della considerazione del gruppo dei pari);
— tendenza a dir
bugie o alla mitomania (un’altra maniera per essere al centro
dell’attenzione?);
— dipendenza dalla
figura materna o da un sostituto (maestra, nella scuola elementare);
— scelta
prevalente o esclusiva di compagni più piccoli per il gioco;
— iperattività.
Altri sintomi
spesso presenti, ma di difficile inquadramento:
— balbuzie;
— tics;
— enuresi;
— encopresi;
— diarree
improvvise, immotivate;
— digrignare i
denti nel sonno;
— parlare nel
sonno;
— pavor nocturnus;
— rituali, anche
al di fuori dell’inizio
del pasto o dell’andata a letto;
— situazione di maggior benessere d’estate;
— variazioni del
tono dell’umore, in rapporto alle variazioni meteorologiche;
— iperidrosi;
— permalosità;
—
autocommiserazione;
— autosvalutazione;
— elusione dell’ostacolo;
— litigiosità e/o
gelosia fraterna;
— certe forme di
fobia della scuola.
A partire il
periodo della pubertà e nell’adolescenza la depressione infantile acquista, da
un punto di vista sintomatologico, quasi
tutte le caratteristiche della depressione degli adulti, compresa la perdita
della speranza che porterà al tentato suicidio o al suicidio.
Mancherà però un
sintomo non infrequente nell’età adulta, a partire dal 4° decennio di vita, e
che è l’idea (a metà tra il depressivo e il delirante) di rovina.
I
sintomi della depressione infantile tendono a dissociarsi da quelli della
depressione dell’adulto quanto più il bambino è piccolo. Prevalentemente, la
depressione infantile ha sintomi somatici di intacco di ritmi biologici
fondamentali (sonno, alimentazione, evacuazione), sintomi di rallentamento
dello sviluppo di certe acquisizioni (linguaggio, motricità
e apprendimento scolastico) e sintomi psichici (dal pianto alla depressione del
tono dell’umore).
I
sintomi psichici si fanno man mano più
frequenti quanto più il soggetto si avvicina all’adolescenza, età nella quale non esistono molte differenze con la
depressione dell’adulto. I sintomi di compenso, o agiscono per via somatica,
aumentando la funzionalità dei circuiti GABAergici, o contrastando l’ipotensione, o
agiscono per via psichica, riducendo l’ansia o aumentando l’autostima.
Naturalmente la
prognosi sarà tanto peggiore quanto più grave è la depressione, quanto meno
l’organismo è stato in grado di mettere in atto meccanismi di compenso, quanto
maggiore è la componente biologica implicata, quanto prima la depressione si è
manifestata e quanto più si è mantenuta.
Il fatto che la
depressione infantile sia stata ignorata per tanti anni, e anche ora, nella
maggior parte dei casi, venga misconosciuta, non ha ancora apportato una
sufficiente quantità di ricerche su quest’argomento, sia nel caso che la depressione non sia stata curata,
sia nel caso che essa sia stata curata.
Qualora essa non
venga curata, questi sono gli elementi che ci sembra di dover puntualizzare:
Di certo un buon numero
di sintomi, spesso i più appariscenti, possono modificarsi, ridursi, o scomparire. Se però si fa una indagine
accurata, ci si accorge che un certo numero di altri è rimasto sullo sfondo. A
questo fine gioca un suo ruolo l’apprendimento non razionalmente conscio di
meccanismi sostitutivi, alcuni dei quali però (si pensi a quelli che agiscono
sulla adrenalina e noradrenalina come
aggressività, masturbazione neurotica,
ricerca di situazioni di rischio, ecc.) possono diventare una componente essenziale per la strutturazione della personalità
adulta;
— in certi casi
però l’organismo non ce la fa da solo
nemmeno a trovare una forma accettabile di
compensazione, e in questo caso i sintomi difettuali
saranno quelli che plasmeranno la personalità del soggetto (si pensi, ad
esempio, il cosiddetto carattere introverso);
— forme di pseudo-insufficienza mentale su base depressiva
possono stabilizzarsi in età adulta in vera insufficienza mentale, anche se, di
solito, di grado modesto;
— cominciano ad
uscire sempre più studi da cui risulta che malattie psichiatriche
della vita adulta (depressione, schizofrenia,
tossicodipendenza) hanno avuto antecedenti
psicopatologici di depressione infantile
misconosciuta, in una percentuale di gran lunga maggiore di quella che
risulterebbe da una pura probabilità statistica, (fino ad oltre 1’80% dei casi).
Non sappiamo però quale
sia la percentuale di ex depressi infantili che ha sviluppato una malattia
psichiatrica nell’età adulta;
Si pensi che ora
si cominciano a vedere soggetti con sindrome di Down
che hanno 40 anni, mentre 40 anni fa un bambino Down di 10 anni era un evento
molto raro.
Il trattamento
terapeutico, se ben condotto, è in grado di modificare completamente il quadro della depressione infantile, e se
applicato in tempo e per un periodo adeguato, di superare gli eventuali ritardi
accumulati.
E’ possibile, e ci sono gli elementi per pensare
che sia così, che un trattamento antidepressivo effettuato adeguatamente in età
infantile abbia anche una azione preventiva su eventuali maggiori disturbi
psichiatrici dell’età adulta, ma non esistono studi in proposito.
Non
è accertato che l’organismo depresso sia sempre in grado, da solo, di superare
la malattia, anche se si riscontrano di fatto miglioramenti. I disturbi
dell’apprendimento scolastico e la pseudoinsuffienza
mentale possono stabilizzarsi, e non essere più reversibili.
Esistono
dati che pongono in una depressione infantile misconosciuta gli antecedenti
psicopatologici di certe malattie psichiatriche
dell’età adulta, ma una relazione diretta non è stata ancora adeguatamente
investigata.
Se
la depressione infantile viene curata adeguatamente, la prognosi è favorevole,
con completa remissione. Non è però accertato — anche se ci sono elementi per
pensare che sia così — se una terapia in età infantile abbia anche azione
preventiva su un certo numero di disturbi psichiatrici dell’età adulta.
Quando invece
l’origine sia indubitabilmente psicologica o relazionale,
una psicoterapia individuale, o della famiglia, possono essere di per se stesse
risolutive, anche se tempi e costi non saranno lievi.
Terapie
comportamentali che agiscano sul rinforzo dell’autostima,
o sulla riduzione delle risposte aggressive, o per una progressiva
desensibilizzazione di fronte a stimoli fobici possono trovare, in particolari
forme, una loro precisa giustificazione, con
prospettive di successo.
Il medesimo
discorso può essere per una terapia occupazionale mirata, o anche per una
terapia psicomotoria, stanti gli effetti di riduzione dei cosiddetti disturbi caratteriali
che quest’ultima ha dimostrato di possedere.
Nulla vieta infine
di utilizzare contemporaneamente più di un approccio terapeutico nel medesimo
soggetto, per ottenere in questo modo una azione
sinergica.
Bibliografìa
Carek D. J., Santos A. B., Atypical
somatoform disorder following infection in children - Adepressive equivalent? J. Din. Psychiat. 45,
108-111, 1984.
Chabrol H., Le suicide de l’adolescent. Neuropsychiat.
Enfance Adolesc. 30, 579-588, 1982.
Cocchi R., L’obesità esogena (o essenziale)
come ipercompensazione di un meccanismo
bio-fisiologico omeostatico? Acta Neurol.
31, 753-758, 1976.
Cocchi R., Antidepressive properties of 1-glutamine. Preliminary
report. Acta Psychiat. Belg. 76,
658-666, 1976.
Cocchi R., L’ipotesi di sostituzione adrenergica-noradrenergica nella masturbazione infantile
abituale. Rass. Studi Psichiat. 66, 9-16, 1977.
Cocchi R., A syndrome
from possible
GABA deficiency.
Clinical therapeutic
report of 15 cases. Acta Pschiat. Belg. 78, 407-424, 1978.
Cocchi R., Drug therapy in endogenous depression with possible primary Gaba
deficiency clinically detected: 38 cases. Riv. Sper. Freniaf. 103, 646-653, 1979.
Cocchi R., Greediness
for sweet
thing in children as
a symptom of antidepressive homeostatic compensation:
41 cases. Acta Paedopsychiat. 45,
293-300, 1980.
Cocchi R., Psychopharmacotherapy of anxiety in the first years of lite. Aggressologie
22, " D ", 5-8-1981.
Cocchi R., Susceptibility to infective respiratory diseases. Epidemiological
survey of 126 subjects, clinical-therapeutic report of 61 cases. Acta Psychiat. Belg. 81, 350-365, 1981.
Cocchi
R. Le depressioni infantili. In: Strutture e dinamiche psicopatologiche in eta’
evolutiva. Montefeltro, Urbino 1985: 163-183.
Cocchi R., Fava E., Su un particolare sintomo di depressione
infantile: la scelta prevalente o esclusiva di compagni di gioco di età
inferiore. Neuropsichiat. Infant. n.
177-178, 301-308, 1976.
Cocchi R., Favuto F.
- Tornati A., Meccanismi di compenso e meccanismi di difesa: analogie
e differenze. Rass. Studi Psichiat. 65, 881-888, 1976.
Cocchi R., Ghiglione Rocca R.,
Masturbazione "neurotica" e
depressione infantile: approccio clinico-terapeutico e possibile spiegazione neuropsicologica.
Acta Neurol. 32, 229-241, 1977.
Cocchi R., Lorini G., Disturbi di parto e
depressione infantile come antecedenti psicopatologici nella storia di
tossicomani cronici. Rass. Studi Psichiat. 69,
49-62, 1980.
Cocchi R, Lorini G., Fusari
A., Feeding and sleeping troubles
in thè first years of life as a possible precursor of successive mental
disturbaneces. Prevention in Psychiatry voi. 2, Ermes, Milano 1981, pp.
125-130.
Cocchi R., Papa V., Stato depressivo
e dimensione dell’omino al Goodenough Draw-a-man test in soggetti in età evolutiva. Rass. Studi Psichiat. 64,
553-540, 1975.
Cocchi R., Tornati A,, Alcuni rilievi sul concetto e sul fenomeno di
pseudoinsufficienza mentale. Rass. Studi Psichiat. 64, 546-556, 1975.
Flavigny C., Les gestes suicidaires de
l’enfant. Neuropsychiat. Enfance Adolescence 30, 537-562, 1982.
Fuller P. W., Guthrie R. D., Alvord
E. C., A proposed neuropathologicalbasis for learning disabilities in
children bom prematurely. Develop Med. ChiU
Neurol. 25, 214-231, 1983.
Jarrige A., Les médicaments de la
dépression chez l’enfant et l’adolescent. Neuropsychiat. Enfatice
Adolescence 30, 615-621, 1982.
Joffe J., Quelques réflexions
sur la dépression de l’adolescent. Neuropsychiat. Enfance
Adolescence 30, 571-577, 1982.
Mouren M. C.,
Pour ou contre la dépression masquée
chez l’enfant. Neuropsychiat. Enfance
Adolescence 30, 563-570, 1982.
Mouren M. C., Dugas
M., Aspects
cliniques et évolutifs
de la dépression de l’enfant. Neuropsychiat. Enfance Adolescence 30,
521-535, 1982.
Mouren M. C., Dugas M., Les troubles des conduites alimentaires chez les
adolescents déprimés. Neuropsychiafr. Enfance Adolescence 30, 589-600,
1982.
Poznanski E. O. et al., Use of thè Children’s dépression rating scale in an
inpatinets psychiatric population. J. din. Psychiatry 44, 200-203, 1983.
Shaw C.,
A comparison of thè patterns of mather-baby interaction for a group of crying,
irritable babies and a group of more amenoble babies. Children, health and
development 3, 1-12, 1977.
Zachau-Christiansen B., Perinatal hazards and future development. Pediatrician 8, 211-218, 1979.
Pubblicato
su Cocchi R. Strutture e dinamiche psicopatologiche in eta’ evolutiva.
Montefeltro, Urbino 1985: 163-183.
Corrispondenza:
dr Renato
COCCHI, via Rabbeno, 3
42100 Reggio Emilia
renatococchi@libero.it