PSEUDO-INSUFFICIENZA MENTALE NELL’ INSUFFICIENZA MENTALE:
UNA CORNICE DI RIFERIMENTO


 Renato COCCHI, neurologo e psicologo medico  

Riassunto

Come  "ritardo  mentale" si definisce un fenomeno funzionale, vale a  dire  una capacita’  intellettiva  ridotta.  Questo deficit puo’ essere  prodotto  da  due diverse  condizioni  patologiche:  1. un insufficienza mentale  vera,  dovuta  a lesione  con  morte di neuroni cerebrali; 2. una pseudoinsufficienza  di  solito indotta da inibizione funzionale di aree, strutture o vie cerebrali inerenti  al comportamento intellettivo.

Queste  due condizioni differiscono perche’ la pseudoinsufficienza  mentale  e’ del tutto reversibile, se correttamente trattata. In  base  a cio’ sembra che insufficienza e pseudoinsufficienza  mentale  siano condizioni  opposte  ed esclusive, o c’e’ l’una o c’e’ l’altra.

Dato  pero’  che anche  nel  ritardo mentale di sicura origine lesionale  e’  possibile  ottenere qualche  miglioramento,  con vari programmi riabilitativi  o  educativi,  questo schema  dicotomico  dovrebbe essere modificato come  segue:  pseudoinsufficienza mentale pura opposta a una commistione di insufficienza e di pseudoinsufficienza mentale.

In altri termini, assieme alla insufficienza mentale esiste sempre una quota di pseudoinsufficienza mentale in parte di origine primaria (i medesimi fattori che hanno  indotto la lesione hanno prodotto anche una disfunzionalita’ dei  neuroni circostanti)  e  parte di origine secondaria (la  consapevolezza  delle  proprie incapacita’  determina  una  inibizione intellettiva di  origine  psicologica  e relazionale).

Questo  nuovo quadro di riferimento e’ piu’ esauriente sia per la  possibilita’ di  spiegare  il  fatto che ogni tentativo  terapeutico  nei  ritardati  mentali produce qualche (parziale) miglioramento, ma anche per suggerire nuove strategie nel trattamento biologico del ritardo mentale.  

Parole chiave: pseudoinsufficienza mentale, insufficienza mentale, stress.

Mental retardation

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Dopo  oltre  15  anni di trattamento con farmaci del  ritardo  mentale,  e  in particolare  dopo  oltre 12 anni di trattamento con farmaci  della  sindrome  di Down,  l’ottenere  sempre dei risultati sulle capacita’ cognitive,  sia  pur  di differente estensione da soggetto a soggetto, obbliga ad una riflessione. Faro’ riferimento, per comodita’, a quel che avviene nei soggetti con  sindrome di  Down.  I risultati della terapia si notano gia’ dopo 6 mesi (il  bambino  e’ piu’  attento,  capisce  di piu’, se sa parlare, parla di  piu’,  ecc.). 

Simili risultati,  in  molti  casi,  non possono essere  attribuiti  ad  altre  terapie riabilitative (terapia psicomotoria, terapia del linguaggio), o perche’ non sono in corso, o perche’ lo sono da tempo con scarsi progressi.  Questi miglioramenti sono stati visti e riferiti, da un punto di vista clinico, dai genitori, dagli insegnanti e dai tecnici della riabilitazione psicomotoria e del linguaggio.  La  loro comparsa nel soggetto Down trattato terapia farmacologica, implica  un problema teorico  di grande rilevanza. Di esso verra’ tentata la chiarificazione  anche  perche’  non  e’  esclusivo della sindrome di  Down. 

Puo’  essere  cosi’ enunciato: Quale e’ il substrato neuro-patologico di tali risultati positivi in un ritardo mentale,  su base lesionale, specie quando si osservano evidenti progressi  dopo tempi relativamente brevi di trattamento con farmaci?"  Per  ora l’argomentazione verra’ svolta come ipotesi piu’ probabile, in  quanto piu’  economica  almeno  in  termini  di  dispendio  di  energia. 

Mi   serviro’ esclusivamente  del supporto di dati noti e di fenomeni gia’ riportati anche  se non inquadrati in  schema generale.  Ritengo  che non sia stata fatta alcuna riflessione in proposito perche’  manca una sperimentazione specifica. Sembra che nessuno sia riuscito a liberarsi della camicia  di  forza "lesione = morte neuronale, ergo impossibilita’ di  qualsiasi terapia".     

Data  la  premessa  dell’irreversibilita’  del  danno,   allora  e’ corretta  anche l’inferenza di Bax (1988), sia pur fatta a proposito  delle  CP, che  nega  la  possibilita’  di trattamento o di terapia.  "Il  bambino  ha  una encefalopatia  fissata e le anormalita’ neurologiche di base non se ne  andranno piu’. Pertanto non facciamo un trattamento a questi bambini, ne’ li mettiamo  in terapia;  noi forniamo assistenza e gestione, e vogliamo che esse siano il  piu’ efficaci possibili".   Da una concezione bipartita ad una tripartita

E’  difficile  credere  che tanti insegnanti, tecnici  della  riabilitazione  e genitori con cui sono in contatto i bambini da me trattati, si auto-illudano.  L’intervento  sul ritardo mentale, - che ha per definizione una base  biologica (deficienza  mentale), ma che viene presentato sotto un  aspetto  fenomenologico (ritardo  mentale)  -  non  e’  necessariamente  affrontabile  solo  in  termini educativi   o  comportamentali.  L’essere  convinti  del  contrario,  cio’   che costituisce  l’opinione  comune,  mi sembra francamente una  il  frutto  di  una difficolta’ di osservare il problema sotto un altro angolo visuale. 

A proposito dell’insufficienza mentale ho scritto  gia’ anni fa (Cocchi, 1985) che  accanto  alla componente lesionale, nello stesso individuo,  doveva  essere ipotizzata  una componente di disfunzionalita’ cellulare responsabile per  quota del deficit complessivo.  Se deve uscire dal concetto di una assoluta opposizione (una cellula o e’ morta o viva e sana).

Se  si  entra  in uno schema tripartito - una cellula o e’  morta,  o  viva  ma malata,  o viva e sana - (Fig. 1) allora e’ facile comprendere che puo’  esserci un trattamento o una terapia centrata su cellule vive ma disfunzionali  (perche’ "malate"),  che  possono essere riportate ad una  funzionalita’  migliorata.  Le terapie  educative o comportamentali, pur con risultati molto modesti,  sembrano  per ora soddisfacenti per mancanza d’altro. 

Fig. 1: schema tripartito: La variazione
continua dalla insufficienza mentale alla
pseudo-insufficienza mentale.
 

 

In ogni caso, per ottenere un risultato che ha, sempre, anche  un corrispettivo biologico, una terapia farmacologica appropriata puo’ avere tempi piu’ brevi. In piu’, puo’ essere verificata sperimentalmente senza difficolta’, confrontata con qualsiasi  terapia educativa e riabilitativa  o con ogni  intervento  utilizzato per migliorare le capacita’ cognitive del bambino con ritardo mentale. 

La definizione stessa di ritardo mentale viene ad esserne precisata. In base alla concezione tripartita, il ritardo mentale puo’ essere:

·        causato  da  una pseudoinsufficienza mentale pura;

·           causato  in parte da una insufficienza mentale (lesione) e in parte  da  una disfunzionalita’  (pseudoinsufficienza  mentale),  entrambe  coesistenti   nello stesso individuo. 

Esiste la disfunzionalita’ cerebrale? Proporre la presenza di neuroni vivi, ma disfunzionali in certe aree  cerebrali puo’  essere  la  chiave per risolvere la contraddizione tra  i  dati  di  fatto (qualche miglioramento delle capacita’ intellettive) e lo schema di  riferimento usuale. Quest’ultimo, fino ad ora, si basa sui seguenti presupposti:

1. un neurone morto non puo’ rivivere;

2.l a nascita di nuovi neuroni,  ammesso che si possa indurre, non sara’ di certo un processo che avviene in tempi brevi. 

Abbiamo   prove   dell’esistenza  di  neuroni  vivi,  ma  "malati"   e   quindi malfunzionanti?  La risposta e’ affermativa.  Attualmente  il fatto di un focolaio epilettico e’ costituito da cellule  vive, ma  malate,  spesso  perilesionali, e’ un dato ben  conosciuto.  In  risposta  a stimoli  particolari,  che  sono tutti produttori di  stress  (  stress  fisico, chimico,  biologico o psicologico) queste cellule nervose iniziano  una  scarica anomala  (ipersincrona). 

Questo  e’  il  punto  di  partenza  di  ogni  attacco epilettico.  Anche se queste cellule fanno parte di una area cerebrale come quella del  lobo temporale,  i  cui rapporti con l’intelligenza esistano per certo,  per  essendo ancora  mal  precisati,  si  potrebbe  obbiettare  che  il  ritardo  mentale   e l’epilessia sono due fenomeni diversi e non comparabili.  

Due casi, prima diagnosticati come di autismo, furono poi correttamente rivisti come  epilessia  temporale,  a seguito del controllo EEG.  Trattati  come  tali, ebbero  un  miglioramento  sorprendente delle capacita’  cognitive  (Gillberg  e Schaumann, 1983).  

Per restare nel campo dell’epilessia, le paralisi post-epilettiche  temporanee, dette anche paralisi di Todd, presuppongono una disfunzionalita’ che produce  un disturbo motorio imponente, che  pero’ si risolve in breve tempo.   Anche  a quest’esempio puo’ essere obbiettato che non e’ del tutto  convincente in  quanto la causa non e’ legata all’instaurarsi di una lesione cerebrale, e  i tempi di risoluzione sono decisamente brevi (ore o, al massimo, un giorno).

 C’e’ pero’ un dato ulteriore che qui preme ricordare. Nelle forme di depressione cosiddetta "inibita", infantile, adulta o senile, si riscontra solitamente un rallentamento cognitivo (Nissen, 1973) che nei bambini sostiene la stragrande maggioranza delle forme di pseudo-insufficienza mentale (Cocchi, 1985; Cordella 1988).   

D’altra  parte,  la psicofarmacoterapia e’, o almeno dovrebbe  essere,  terapia della disfunzionalita’ neuronale. E’  pertanto piu’ semplice  ricondurre la reversibilita’ parziale del  disturbo cognitivo  alla disfunzionalita’ cellulare, reversibile in quanto tale.  In  che cosa  consista questa disfunzionalita’ cellulare e’ ragione di ipotesi.  

La  piu’ probabile,  nel  ritardo  mentale:  riduzione  dendritica  e  quindi   sinaptica conseguente  alle  azioni  neurotossiche dei glucocorticoidi  e  del  glutammato (Cordella  1988,  1989°  e  1989b), mantenuta dallo stato  di  stress  che  ogni malattia  cronica (ritardo  mentale compreso) impone all’organismo.  Nelle  forme acute,  come  nel  rallentamento  cognitivo  in casi  di  depressione  pura,  la disfunzione  sarebbe provocata solo dallo stato di stress,  probabilmente  senza riduzione dendritica e sinaptica, ma con riduzione di siti recettoriali.

  In questo modo e’ possibile dare un’unica spiegazione per i fenomeni della pse-udo-insufficienza  mentale, della pseudo-demenza e anche della  pseudo-debilita’ motoria. In caso contrario c’e’ il rischio di moltiplicare inutilmente le ipote-si esplicative, contravvenendo al principio di Ockam,  che a ben vedere, e’  poi l’esatto equivalente logico del principio di economia a livello biologico. 

 Ora,  secondo me, e’ piu’ semplice ipotizzare che un problema  biologico  trovi soluzione con mezzi biologici, che con altri mezzi (psicologici e/o educativi).  L’argomentazione   precedente   puo’  essere  considerata   non   assurda   per giustificare  i  miglioramenti  ottenibili in soggetti con  ritardo  mentale  da lesioni  cerebrali  evidenti.  A maggior ragione la stessa puo’  essere  ritenuta valida  per  la riduzione del ritardo mentale, in quei soggetti in  cui  non  sia possibile   individuare  una  lesione  specializzata  e  specifica  delle   aree cognitive, o di altre aree cerebrali.

Per  comodita’,  oltre  che  per  lunga  esperienza  personale,  continuero’  a riferirmi ai bambini con sindrome di Down. Il  disturbo cognitivo presente in questi soggetti potrebbe essere  qualificato come  un  generale ritardo, in cui le varie componenti centrali  necessarie  per realizzare  l’atto  cognitivo  partecipano  ognuna  per  una  propria  quota  di disturbo,  come esito di una microlesione diffusa.  

Del resto, in base a una  mia indagine,  in  questi bambini sembra esserci una qualche  protezione  contro  il danno  anossico-ischemico  di  origine pre- , peri- e  neonatale  (Cocchi  1987; Cocchi, 1988), almeno per l’esito in PC. L’ aumentata incidenza  di PC in  epoca post-natale    (Cocchi,   1990),   sembra  collegabile  con   l’inizio   di   un deterioramento  diffuso  che  si accelera nettamente  proprio  dopo  la  nascita (Cocchi, 1990).

 In  ogni  caso, se l’intervento farmacoterapico ottiene risultati  evidenti  in tempi  brevi, esso non puo’ che agire tramite una riduzione di quella  quota  di pseudo-debilita’  mentale da disfunzionalita’ neuronale, che e’ adesa alla  vera insufficienza mentale, e corresponsabile del quadro globale di ritardo mentale.  Come gia’ detto in precedenza (Cocchi, 1991) questa disfunzionalita’  neuronale nel  ritardato  mentale,  in generale puo’ essere mantenuta  dallo  stress  bio-psicologico che la stessa malattia impone.

Tuttavia,  nel bambino Down, persiste anche  lo  stress  metabolico endogeno indotto dalla accelerazione  di  tutti  i metabolismi  che  sono  controllati dai geni allocati  sul  cromosoma  21.   Tali metabolismi  sono  incrementati  del  50  %  (il  cosiddetto  "dosage   effect", verificato sperimentalmente) perche’ controllati non piu’ da due geni (100 %) ma da  3  geni  (150  %) per la presenza del  terzo  cromosoma  21. 

Questo  stress metabolico  costituiva gia’ la causa primaria di influenza negativa  sulle  aree cerebrali cognitive, fin dalla loro differenziazione, essendo esso presente  dal concepimento, o poco dopo, nelle forme a mosaico.

Conclusioni
Una  debilita’  cognitiva reversibile, in parte piu’ o meno ampia,  ha  la  sua spiegazione  piu’  probabile  nella presenza di una  quota  di  pseudo-debilita’ mentale,  da disfunzionalita’ delle cellule neuronali, causata da uno stress  in atto.   Nei   ritardati  mentali senza lesioni neurologiche  evidenti,  come  ad esempio, gli affetti da sindrome di Down, una quota di pseudo-debilita’ mentale, messa  in  rilievo  ex juvantibus, sembra sostenere un suo  peso  nella  ridotta prestazione  intellettiva.   

La  sua  trattabilita’  farmacoterapica  in   questi soggetti,  con  alcuni risultati positivi gia’ a breve  termine,  sembra  aprire nuove prospettive teoriche e pratiche nel campo generale del disturbo  cognitivo di qualsiasi origine, e del suo trattamento.

Bibliografia

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 Cocchi R.: The birth as a second breakpoint in the biological balance of  Down’ syndrome  subjects: Confirmation and implications.  It. J. Intellect.  Impair.  1990, 3: 179-183. Cocchi  R.: Paralisi cerebrali infantili in bambini Down; 3 casi.   Riv.  It. Disturbo Intellet. 1990, 3: 327-330.

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 Gillberg  C., Schaumann H.: Epilepsy presenting as Infantile Autism?  Two  case studies. Neuropediatrics 1983, 14: 206-212.

 Nissen  G.: La depression masquee chez l'enfant et l'adolescent. In:  Kielholz P. (ed) La depression masquee, Huber, Berne 1973: 135-151.

 Savoldi  F.,  Zerbi F., Cocchi R.: Sull'entita' clinica di  pseudodemenza.  In: L'invecchiamento tra paura e desiderio. Vol. I. Idelson, Napoli 1986: 251-256.


  Stampato su Riv. It. Disturbo Intellet. 1992, 5: 175-179.

 
Corrispondenza: Dr Renato COCCHI, via Rabbeno,3

42100 Reggio Emilia (Italy).

renatococchi@libero.it

Testo in inglese
Mental retardation

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