QUANDO LA "PEER REVIEW" DIVENTA
UNA ASSURDITA'.
Dr Renato Cocchi.
Quella che vien detta "peer
review" è un sistema di giudizio nei confronti di un articolo nuovo,
inviato per considerazione ad una rivista scientifica.
Il suo scopo, peraltro lodevole, è quello di
far giudicare quell'articolo, in maniera anonima, da due notori esperti
dell'argomento trattato nell'articolo, che è stato proposto per la
pubblicazione.
E' indubbio che se l'articolo è stato
inviato è solo un ampliamento, o una replica, di conoscenze attuali
(mainstreaming) la "peer review" è in grado di agire in maniera
adeguata per evitare che articoli di scarso peso, o scorretti
metodologicamente, possano raggiungere la pubblicazione in riviste che
pretendono di mantenere un livello qualitativo elevato dei loro contenuti.
Diversa è la sua efficienza quando la base
metodologica è totalmente diversa come quella indicata nella pagina-indice di
questo sito, e qui riportata:
Ogni malattia e' sempre anche un compromesso tra una capacità di offesa
(agente causale) e una capacità di resistenza strettamente personale, in un
dato momento del ciclo biologico di quell'organismo vivente. La capacità di
resistenza avviene anche attraverso le reazioni di risposta allo stress.
Allora può avvenire che un articolo come: L'associazione tra mutismo selettivo
e sindrome di Down. E' questo il primo caso descritto? (www.stress-cocchi.net/Down41-it.htm) che è sicuramente il primo caso descritto di questa
associazione, venga respinto.
Una volta immesso nel sito attuale, tale
articolo ha ricevuto una serie di conferme per la maniera nuova di valutare una
difficoltà evolutiva, tutt'altro che infrequente, del linguaggio dei Down.
Ignorando il tipo di approccio e di fronte ad un contenuto del tutto nuovo, la
"peer review" lo ha respinto perché ha fatto il suo lavoro, che è
solo la difesa del mainstreaming.
Pare che il problema non sia nuovo. Ed
Folman, nella Walt Whitman Quarterly Review, riprendendo una indicazione dello
stesso Walt Whitman, scrive esplicitamente "Se scrivete cose non
conformiste che intendono mettere in dubbio il pensiero della gente, potreste
aver bisogno di pubblicarle voi stessi". (Citato da Buzzi E. Whitman:
Ragazzi non scrivete poesia. Il Corriere della Sera, 20 agosto 2005, pag. 29).
Quindi non è solo un problema di poesia.
Così è avvenuto per quell'articolo ed è uno dei meriti di internet di averne
permesso una diffusione ben più ampia.
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