UN CASO DI DISLESSIA IN ETA` SCOLARE

TRATTATO CON FARMACI PER 44 MESI.

Renato  COCCHI neurologo e psicologo medico

 

Altri due casi trattati con farmaci.

 

Riassunto.

 Viene estesamente descritto un caso di dislessia pura, diagnosticata in bambino di 10 anni, depresso, e trattato con polifarmacoterapia (glutammina, vitamine del gruppo B, carbamazepina e diazepam), per una durata di 3 anni ed 8 mesi, con totale scomparsa sia della depressione che della dislessia. Vengono poste in rilievo analogie e differenze tra questo trattamento e l'uso del piracetam, come farmaco specifico per la dislessia.  

Parole chiave: Dislessia, depressione infantile, farmaci, terapia.

Testo in inglese 

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In occasione del recente VIII Congresso Mondiale di Psichiatria, tenutosi ad Atene nell'ottobre 1989, una, tra le notizie interessanti che hanno circolato, e` stata quella dell'effetto favorevole del piracetam sulla dislessia.   

Poiché anch'io ho avuto una esperienza di trattamento con farmaci di un caso di dislessia tipica, ne darò qui relazione scritta, anche per varie ragioni.  Innanzitutto perche` si ritiene comunemente, in Italia, che la dislessia non sia curabile con farmaci.

In secondo luogo, perché l'approccio farmacologico, da me tentato, pur se più complesso di quello americano, va esattamente nella stessa direzione, ed ha con esso molteplici parentele. Infine perché, come le esperienze con il piracetam hanno dimostrato, esso rappresenta la logica conseguenza di un fatto ormai ammesso comunemente, vale a dire che tutta una serie di casi di dislessia ha componenti di base che sono neurobiologiche (Duffy et al., 1980; Galaburda et al., 1985) per cui un tentativo di cura biologica dovrebbe essere l'approccio più lineare, anche se non esclusivo.  

La dislessia.

Possiamo definire la dislessia come un disturbo specifico della lettura in cui e` carente l'integrazione tra due ordini di processi necessari per la contemporanea decodificazione fonetica e semantica dei simboli grafici (Levi e Piredda, 1982).  

Questa duplice operazione, che si realizza nella lettura corretta, permette da un lato di convertire il segno scritto (o grafema) nel suono corrispondente (o fonema), sia singolarmente, lettera per lettera, che in sequenza, quando avviene che il fonema corrisponda a più grafemi (es. i suoni c duro e g duro, sc, gn, gl davanti alle vocali e e i) e nelle parole.

Contemporaneamente però un secondo processo viene attivato ed é quello di avanzare ipotesi semantiche sulle parole che vengono lette e verificare se la parola ipotizzata é congruente con la parola letta.  Il fallimento  di uno o di  entrambi  questi processi  dà luogo alla dislessia, che é piu` frequente in tutte quelle popolazioni in cui il divario tra lingua scritta e lingua parlata é maggiore che nella lingua italiana.

 Gli errori tipici del dislessico dipendono da difficoltà in questi due processi.  Gli errori fonetici, con confusione tra lettere graficamente uguali, ma orientate in modo diverso nello spazio (p,b,d,q; u,n) o di sequenza (capra - carpa) o di condensazione (birillo-billo), dipendono dal corretto funzionamento del primo meccanismo di decodifica.  

Gli errori di significato si hanno quando la sostituzione avviene con un una parola il cui senso é collegabile in qualche modo con il vero significato (es. cane-gatto); gli errori misti, quando ciò che é letto deriva da un duplice errore fonetico e semantico (es. litro viene letto limone, perché entrambe cominciano con la sillaba LI).  

Si può parlare di dislessia con sicurezza se questo tipo di errori persistono dopo due anni di apprendimento della lettura (per Debray-Ritzen, 1987, addirittura dopo 1 anno).  Accanto al disturbo della lettura, compare spesso un disturbo della scrittura (disorto-grafia) che ha caratteristiche similari.  

Quanto ad altre concomitanti, come riportano Bauduin e Geubelle (1980), la Federazione Mondiale di Neurologia, nel 1968, definì la dislessia come "un disturbo che si presenta come difficoltà di lettura, nonostante un preciso insegnamento, una intelligenza sufficiente e favorevoli circostanze socio-economiche".  

Fatte queste premesse generali per inquadrare le caratteristiche che identificano il disturbo dislessico, verrà ora presentata la storia clinica e terapeutica del caso trattato casualmente nel corso del trattamento di una depressione infantile.  

Il caso.

 Il bambino fu visto all'età di 10 anni e 8 mesi, nel 1984, inviatomi dalla provincia di Siena da una terapista del linguaggio che aveva fatto il corso di specializzazione per insegnanti di sostegno ai portatori di handicap,  Urbino.

 I sintomi che presentava erano quelli tipici della dislessia, ed era stato trattato con terapia del linguaggio dalla persona che me lo aveva inviato, con scarsissimo risultato.  Fu indirizzato a me non perché io trattassi la dislessia, quanto per l'aspetto depressivo che era evidente, e di cui avevo molto parlato come docente in quel corso..

 Fu necessario molto tempo per convincere i genitori di intraprendere questa risoluzione, e anche nel seguito della cura essi terranno accuratamente nascosto con tutti gli estranei, ed anche con la scuola, che il bambino stava facendo una terapia con farmaci.   

La prima visita, nell'ottobre del 1984, avvenne quando il bambino era stato promosso in 5a elementare. Aveva già perduto un anno scolastico.  Oltre ai sintomi della dislessia e della disortografia furono allora annotati: nella storia patologica remota: una sofferenza perinatale, con emorragia intracranica, convulsioni in seconda giornata.

All'età di 6 anni, l'EEG mostrava ancora un focolaio irritativo parietale dx.  Al momento non erano più presenti problemi neurologici, ne' c'erano mai stati disturbi visivi o auditivi.  Gli aspetti di una evidente  depressione infantile (Cocchi, 1985) erano:

-      una tendenza alla timidezza e all'isolamento sociale;

-        una differenza di tono dell'umore, con miglioramento nel pomeriggio;

-        una certa puerilità;

-        una insonnia iniziale;

-       episodi di dolore colico improvviso, con necessita` di recarsi immediatamente al bagno;

-        giornate di pallore;

-       freddolosita`.  

Furono inoltre riportate: balbuzie in passato, e talvolta anche al presente, pelle che si screpolava, attribuita ad allergia, rinite allergica e bronchite asmatica.  

Fu messo in terapia con:; glutammina: 250 mg; vitamine: B1: 125 mg; B6: 125 mg; B12: 500 mcg; vit. E: 50 mg, carbamazepina 50 mg; diazepam: 1 mg, il tutto a dosaggi giornalieri.   

 A distanza di 5 mesi, nel marzo 1985, annotai in cartella: Riesce a leggere un pò meglio. Migliorato anche a scuola, meno errori di ortografia e più logico. Cresciuto in altezza. Quasi scomparse le allergie. Fa ancora fatica ad addormentarsi.  Pressoché scomparsi i dolori colici. Ha avuto un mese in cui balbettava, ma non ha avuto né rinite né bronchiti.  

In terapia furono modificati i dosaggi della glutammina (375 mg) e della carbamazepina (100 mg), e aggiunto 5-HTP (50 mg).   

 Nel luglio 85, al secondo controllo fu riferito: Deciso miglioramento scolastico, ha superato meritatamente gli esami di licenza elementare. Ragionamenti più adeguati all'età. Lettura migliorata, Cresciuto e meno inibito. Scomparsa l'allergia cutanea. Si addormenta meglio, non più dolori colici, non più balbuzie. Due episodi di bronchite nella stagione invernale. Di salute e` stato meglio, con più appetito. Più tranquillo, a casa.  

Ridotte la glutammina a 250 mg e la carbamazepina a 75 mg, sospeso il 5-HPT, le vit. B1-B6-B12 vengono sostituite con un polivitaminico contenente anche Vit. PP, pantotenato, B2 e C (Berocca tm).    

A distanza di 14 mesi, nel maggio 1986 annotavo: la balbuzie é scomparsa, la lettura é ancora migliorata, la capacità di ragionare decisamente più matura. Resta qualche errore ortografico. Non riassume bene perché perde di vista il quadro complessivo. Ancora qualche difficoltà di memoria, e in inglese. Riprese le allergie, negli ultimi 20 giorni ha avuto 2 attacchi asmatici. Da 3-4 mesi fa fatica ad addormentarsi; ridiventato stitico da un mese e attualmente inappetente, con giorni di mal di testa. Complessivamente più sereno e tranquillo, a scuola si impegna. Molto migliorato il rapporto con i compagni.

Si rimette in terapia il 5-HTP (50 mg).    

Rivisto dopo 13 mesi, nel giugno 1987. A scuola va benino, la lettura é buona, specie se legge tranquillamente; ora riassume bene. La composizione é buona, con rari errori di ortografia, il pensiero e più maturo e adeguato all'età. La memoria é migliorata, come pure il rendimento nella lingua inglese. Ha avuto la licenza media e si iscriverà ad un istituto tecnico, seguendo il consiglio degli insegnanti. Appetito, sonno e intestino  normalizzati; anche di  salute é stato meglio, non più mal di testa e attacchi asmatici. Sereno e tranquillo, ottimo il rapporto con i compagni.   

Questo é stato l'ultimo controllo da me fatto. Ci eravamo lasciati con la raccomandazione di fare la cura per un altro anno scolastico, e poi interromperla. Ci saremmo rivisti solo se necessario, ma a 22 mesi di distanza dall'ultimo controllo non ne so più nulla, per cui devo supporre che tutto sta andando bene, anche senza cure, interrotte  almeno dal giugno 1988.    

Si é curato, al massimo, per 3 anni e 8 mesi, tutta la personalità ne ha beneficiato e la dislessia é scomparsa.  

Discussione.

 Ci sono varie considerazioni da fare su questa storia.  Il fenomeno dislessico quasi certamente aveva la sua base in una disfunzione cerebrale da pregressa emorragia intracranica, che aveva dato convulsioni e, a 6 anni, un esame EEG ancora alterato.  Si tratta di eventi riportati dalla letteratura sulla dislessia come possibili precedenti.  

Sulla diagnosi non c'erano dubbi, sia per la tipicità del quadro clinico, sia perché fatta indipendentemente da due diversi specialisti, uno dei quali terapista del linguaggio.  Per di più non aveva avuto alcun miglioramento con una terapia basata sull'apprendimento.  

L'aspetto depressivo, che determinò la scelta dei farmaci, poteva anche essere considerato come conseguenza delle difficoltà scolastiche, e quindi come secondario, di origine relazionale, ma la storia perinatale fece pensare anche ad una componente depressiva primitiva di origine biologica.

 La terapia impostata, oltre ad agire sulla depressività, e sullo stato di benessere, ha anche risolto la dislessia e la disortografia che la accompagnava, risultato questo inaspettato, benché fossero già comparsi lavori favorevoli all'uso del piracetam in questo disturbo della lettura (Wilsher, Atkins e Manfield, 1979; Volavka et al., 1981; Simeon et al., 1983; Conners et al., 1984; Chase et al., 1984; Helfgott, Rudel e Kriegel, 1984; Rudel e Helfgott, 1984).

 L'insieme delle capacità intellettive, in generale, é migliorato, sì da permettere un regolare corso di scuola media e il consiglio di continuare gli studi, cosa che devo supporre stia andando a buon fine.  Nei confronti della terapia con piracetam, quella qui attuata é molto più complessa, specificamente agendo su: inibizione A-GABAergica; inibizione B-GABAergica; sintesi del GABA; sintesi della serotonina; riduzione di una probabile iperfunzione glutammergica (Loescher, 1980; Ebadi, 1981; Cocchi, 1985; Cocchi, Patrucco e Zerbi, 1987; Crowder e Bradford, 1987).  

Il piracetam, a sua volta, é una sostanza para-fisiologica, con un molecola composta dall'amide del GABA ciclizzato che, in questa forma riesce a passare la barriera ematoencefalica (Sivadon e De Buck, 1972).  La sua azione centrale non é ancora completamente chiarita. E` stato affermato che favorisce il trasferimento interemisferico delle informazioni, e i suoi correlati compor-tamentali (Buresova e Bures, 1976).

 Da un punto di vista del recupero della abilità di lettura, per quanto l'uso del piracetam per tutto un anno scolastico abbia portato a risultati statisticamente significativi, in confronto con il placebo (Conners e Reader, 1987) esso non ha mai  condotto alla  scomparsa del sintomo. Il divario, sia per  l'accuratezza della lettura che per la comprensione, é risultato sempre pari a 2 anni scolastici (Conners e Reader, 1987).

Ci si può chiedere se il risultato di totale remissione ottenuto in questo caso sia un evento eccezionale; o dovuto alla maggior durata della terapia, o alla impostazione terapeutica più completa.  Si può pensare di escludere la seconda ipotesi, perché i progressi posti in luce da Conners e Reader, 1987 hanno un andamento parallelo a quelli ottenibili dai soggetti normali in un anno di studio  (e un andamento divergente, rispetto a quelli ottenuti dai dislessici trattati con placebo).  

Se la variabile "durata della terapia" fosse significativa, dovremmo avere anche una convergenza con i progressi ottenibili in soggetti normali, dopo un anno di insegnamento. Ora, dato che i risultati di Conners e Reader, 1987 sono simili a quelli raggiunti da altri ricercatori partecipanti a questa indagine multicentrica (Wilsher, 1987), le ragioni per escludere la seconda ipotesi sono piuttosto consistenti.  

Il caso singolo, per sua natura, non permette conclusioni univoche, anche se, come il nostro, esso si inserisce benissimo nel medesimo contesto (dislessia in soggetto con certezza di passata differenza di funzionalità tra i due emisferi cerebrali, non rispondente a terapia tradizionale) dei casi trattati con piracetam.  

Da una altro punto di vista, ci si deve chiedere ora quale sarebbe stato il destino di questo bambino, se fosse stato abbandonato a sé, dopo che la terapia tradizionale si era dimostrata impotente a risolvere il suo disturbo.  Certamente avrebbe avuto la licenza media, ma forse avrebbe impiegato qualche anno in più per ottenerla, e di sicuro gli insegnanti non avrebbero consigliato la prosecuzione degli studi in una scuola piuttosto impegnativa, come l'istituto tecnico.  

La depressione, la perdita dell'autostima, lo scarso rapporto con i compagni sarebbero rimasti, come pure il disturbo dislessico e disortografico.  Quali ripercussioni avrebbe avuto un simile esito sull'atmosfera familiare e sulla vita adulta del bambino, stanti gli stretti legami, accertati almeno retro-attivamente, tra difficoltà di lettura e successivi disturbi psichiatrici (Kavanagh et al., 1980)?   

Questo bambino é stato fortunato perché ha beneficiato di una serie di circostanze favorevoli: una terapista del linguaggio conscia dei propri limiti e non solo disponibile ad ammettere la propria impotenza professionale, ma anche a consigliare ai genitori una via alternativa, per la cura del figlio;  dei genitori che non sono stati terrorizzati da stupidaggini acritiche sulla famosa tossicità degli psicofarmaci, e quindi decisi provare e a non aspettarsi risultati definitivi in un mese; uno specialista che stava utilizzando i farmaci in commercio, secondo una ipotesi diversa, con dosaggi bassi e prevalenza di sostanze fisiologiche.

 A proposito dei genitori, ho l'impressione che la loro virtù sia stata un poco casuale. Desiderando tener nascosto il fatto che il bambino aveva in corso una terapia farmacologica, hanno sempre acquistato le medicine direttamente in farmacia, evitando così le possibili critiche ad orecchio di un qualche medico di famiglia o pediatra malinformato.  

Quanti sono i casi che invece non beneficiano di queste circostanze favorevoli? Tanti, per quel che ne posso capire dalle richieste che mi arrivano a proposito di individui già in età adolescenziale, con problemi anche più pesanti, per i quali purtroppo é già passato il momento migliore per affrontarli.  

In tutto questo una disinformazione o un rifiuto di fornire corrette informazioni per gelosia di ruolo, e mi riferisco a certi pediatri, neuropsichiatri infantili, psicologi e tecnici della riabilitazione, hanno una grave responsabilità, perché si sta giocando sulla pelle di questi bambini e su quella delle loro famiglie.  In questa storia, molto brutta, gli insegnanti, specie di sostegno, possono avere un ruolo positivo, se non altro perché in  conflitto di interessi.

Tutt'ora vengono caricati di compiti spesso ineseguibili, e di responsabilità morali che non sono le loro.  Non esiste solo l'aspetto psicologico o quello pedagogico, ma anche quello biologico, e l'affrontarlo é spesso la premessa indispensabile per gli altri interventi, che, in ogni caso, non sono esclusi né ostacolati in alcun modo.  

L'approccio biologico oggi, non solo é possibile, ma sta diventando sempre più la prima scelta in vari campi che, fino a tempi recenti, in Italia, si ritenevano esclusivo dominio della psicologia o della pedagogia e la dislessia ne é un paradigma esemplare (Wilsher, Atkins e Manfield, 1985; Helfgott, Runel e Kairam, 1986; Tallal et al., 1986; Conners et al., 1987; Helfgott et al., 1987; Conners e Readers, 1987; Chase e Tallal, 1987; Levi e Sechi, 1987; Wilsher, 1987).

 Solo una visione integrata ci può permettere, fin d'ora, di intervenire del tutto o in buona parte, in una serie di situazioni patologiche che altrimenti diventeranno croniche, non più recuperabili e destinate a procurare ulteriore sofferenza al bambino che ne é portatore e ai suoi genitori.  

 

Altri due casi trattati con farmaci.

 

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Stampato su Riv. It. Disturbo Intellet. 1990, 3: 159-165.  

 

Corrispondenza:  dr Renato COCCHI, via Rabbeno, 3

42100 Reggio Emilia (Italy)

renatococchi@libero.it 

 

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