POSSIBILITA' E LIMITI DELLA FARMACOTERAPIA

NELLE DEMENZE.

Renato COCCHI, neurologo e psicologo medico

Riassunto

Una farmacoterapia della demenza non esiste. Non si possono resuscitare i neuroni morti. E' invece possibile agire sulla quota di pseudodemenza che accompagna sempre ogni forma di demenza, e che e' dovuta alla disfunzionalita' di neuroni ancora vivi, ma gia' intaccati dalla malattia. Anche in questa prospettiva, la condotta migliore non e' la monoterapia, perche' agisce su uno solo dei tanti meccanismi neurochimici alterati in contemporanea, e obbliga ad alti dosaggi a cui l'organismo reagira' con reazioni di stress e conseguente riadattamento neurochimico con perdita di efficacia del farmaco. La politerapia permette di agire sinergicamente su piu’ circuiti neurochimici alterati, utilizzando bassi dosaggi. Vengono presentate le linee di condotta per affrontare le forme piu' comuni di demenza, da quella vascolare alla demenza di Alzheimer.

 
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Credo che il tema che mi e' stato affidato sia il piu' difficile tra quelli di questo convegno. Probabilmente perche' e' l'unico che va ad avventurarsi su un terreno infido, che non e' piu' quello di raggiungere una diagnosi, vale a dire dare un nome alla malattia.

Se si vuol proporre anche una qualche terapia nelle forme demenziali, occorre che vengano chiariti alcuni concetti di base, e scordarsi subito ogni eccessiva fiducia nel farmaco efficace che agisce da solo, in monoterapia, come alcuni pretenderebbero.

Si deve partire da una affermazione ovvia, ma troppo spesso dimenticata: non si puo’ resuscitare il neurone che e’ gia’ morto. Per identificare quindi l’oggetto di una nostra azione terapeutica, bisogna che ci chiariamo meglio il concetto di pseudodemenza.

Demenza, pseudodemenza e depressione

L'elaborazione del termine "pseudodemenza" in opposizione a quello di "demenza" trova la sua origine nell'incrocio di due assi concettuali: uno causale, connesso con la depressione in senso lato, e uno clinico-terapeutico derivato dalla reversibilita'. (Savoldi, Zerbi, Cocchi, 1986)

Una pseudodemenza depressiva pura, nella stragrande maggioranza dei casi si distingue per un esordio acuto, e per un aspetto di rapida progressione verso un livello di stato, di contro all'esordio subdolo delle forme demenziali, con sviluppo lento e progressivo, che dura anni. (Zerbi e Cocchi, 1986; Haggerty et al., 1988)

In questa pseudodemenza pura, la storia psicopatologica personale riferisce con frequenza episodi di disturbi affettivi, specie in eta' vulnerabile per la depressione, fatto questo raro nelle forme demenziali. Accanto a cio' altri criteri, meno sicuri, possono essere di aiuto nell'ipotizzare la diagnosi di pseudodemenza pura, che richiedera' un condotta terapeutica prevalentemente antidepressiva e ansiolitica (Axelopoulos et al. 1993).

La pseudodemenza pura, detta anche "demenza depressiva", puo’ venir intesa come stato transizionale verso la demenza vera e propria (Emery e Oxman, 1997).

Non sempre pero' la storia psicopatologica e' sufficientemente indicativa per indirizzare nel senso giusto. L'indagine diagnostica neuropsicologica puo' faticare a distinguere se una risposta cognitiva attuale, deteriorata del tutto o in parte, sia demenziale o pseudodemenziale (Caltagirone et al., 1985). Forme cliniche che si sono rivelate pseudodemenziali pure, in quanto del tutto regredite con un terapia medica appropriata, all'esame iniziale non presentavano sintomi specifici che permettessero subito di individuarne l'origine funzionale (Cocchi, 1996).

E' indubbio che la presenza di aspetti francamente depressivi puo' orientare diagnosi e terapia, ma non sempre essi sono evidenti. Alla fine pero' e' il criterio ex juvantibus, vale a dire il risultato favorevole, che, oggi come oggi, resta il mezzo piu' sicuro per differenziare i due quadri: demenza come malattia organica irreversibile, e pseudodemenza come malattia funzionale reversibile ( Fisman, 1985; Bulbena e Berrios, 1986; Savoldi, Zerbi e Cocchi, 1986).

Ma anche in quest'ottica ci veniamo a trovare di fronte ad ulteriori difficolta'. La demenza e la pseudodemenza continuano ad essere viste come entita' opposte, non solo in senso prognostico, come sono, ma anche in senso spaziale: dove c'e' l'una non puo' esserci l'altra. Il vasto campo delle condizioni cliniche che si presentano come demenziali, con diagnosi confermata per piu' vie strumentali, nelle quali, purtuttavia, si ottiene un parziale recupero in seguito a terapia medica adeguata, rischia di diventare un paradosso, o una terra di nessuno, almeno da un punto di vista concettuale.

Si puo' obiettare che un recupero solo parziale potrebbe essere semplicemente il frutto di un errato trattamento, o per scarso aggiornamento, o perche' non si puo' fare altro, allo stato attuale delle conoscenze. Per quanto questa obiezione possa cogliere nel segno, essa non e' comunque una spiegazione sufficiente. In ogni caso si tratta di una obiezione viziata da quello schema concettuale troppo semplificato, che oppone demenza a pseudodemenza, anche in senso spaziale, senza vie di mezzo.

Infatti, se si tiene conto che il successo terapeutico, totale o parziale resta lo scopo ultimo della medicina in generale e della neuro-psico-geriatria, nel nostro caso, e' proprio di qui che occorre ripartire. D'altra parte, per quanto una reversibilita' totale debba essere una speranza medica, l'elisir di lunga vita per le capacita' intellettive non e' ipotizzabile. Potremo forse rimandare un deterioramento cognitivo, ma non abolirlo per sempre. L'involuzione fisiologica e' un dato con cui occorre comunque fare i conti, e la ricerca clinico-terapeutica non puo' che proporsi di spostare i termini del decadimento.

La reversibilita' come criterio distintivo

Nella distinzione tra demenza e pseudodemenza, la reversibilita' della pseudodemenza si contrappone alla irreversibilita' della demenza (Reifler e Sherril, 1990). Ma questa reversibilita', che e' quindi il criterio distintivo, e' valutabile solo dopo terapia. Se un quadro di deterioramento cognitivo regredisce dopo una adeguata terapia, vuol dire che esso era di tipo pseudodemenziale.

Un superamento di questo groviglio di contraddizioni puo' essere proponibile solo se invece di depressione, caso particolare e gia' caratterizzato da un punto di vista psichiatrico, ci si limitasse al concetto di inibizione funzionale, che ha il vantaggio di lasciare impregiudicata ogni discussione sui fattori causali (Savoldi, Zerbi e Cocchi, 1986).

Che il SNC possa trovarsi in situazioni reversibili di ridotta o abolita funzionalita', e' cosa ben nota. Le pseudoparalisi che seguono accessi convulsivi, o gli ictus, e che regrediscono completamente in tempi brevi sono di certo dovute ad un temporaneo stato di inibizione funzionale di aree, o strutture, o circuiti neuronali che sono implicati nella programmazione centrale del movimento volontario.

Questo implica che non tutte le cellule cerebrali di una area colpita, ad esempio, da un ictus, sono o lese o sane. Tra una parte sicuramente lesa e una sicuramente sana c'e' di certo anche una parte intermedia che ha risentito meno dell'insulto, ma che attualmente e' mal funzionante. Lo stesso deve verificarsi nelle forme demenziali, in cui una quota di pseudodemenza, causata da inibizione funzionale dei meccanismi cognitivi (attenzione, concentrazione, percezione, memoria a breve termine, memorizzazione a lungo termine, mobilita' del pensiero, capacita' di utilizzazione di meccanismi integrativi di secondo e di terzo ordine, ecc.) e' costantemente presente, ed in grado di peggiorare la risposta globale alla valutazione neuropsicologica.

E' proprio su questa quota di pseudodemenza nella demenza che si attua e puo' aver successo, sia pur parziale, il nostro agire terapeutico, perche' solo essa e' potenzialmente reversibile.

L'affinarsi dei mezzi terapeutici a disposizione ci permettera' di verificarne meglio l'estensione, sicuramente piu' ampia nelle forme iniziali, ma lascera' intatta la quota di vera e propria demenza, da morte neuronale, e pertanto irreversibile.

L'illusione della monoterapia

Sperando che quanto appena detto possa essere accettato come una discreta messa a punto di uno dei fondamentali, verro' ora al secondo problema di base. Gli studi sulle demenze da tempo hanno dimostrato che i neurotrasmettitori cerebrali coinvolti in contemporanea sono costantemente piu' di uno. Nel 1984 Gottfries et al., gia’ indicavano ACH, DA, NA, 5-HT, GABA, Somastostatina, Sostanza P. Un anno prima Costantinidis riportava 14 neuromediatori, tra cui tutte le monamine, il GABA, il GLU, l’ASP e la GLY.

Io credo che tra tutti queste sostanze possono esistere non dico delle gerarchie, ma almeno delle precedenze (ruolo dei neuromudalotori),. In ogni caso l’ACH potrebbe trovarsi ad occupare uno degli ultimi posti di quella che sembra una reazione a cascata.

L'uso di un farmaco in monoterapia nella demenza e' gia' discutibile per questa ragione, e lo e' di piu' perche' presuppone che il cervello funzioni per relazioni lineari e indipendenti di causa ed effetto.

Se mi e' permessa una metafora un po' grossolana, usare un farmaco colinergico in monoterapia nella demenza e' come pretendere di agevolare il deflusso a mare del Po scavando piu' in profondita' un solo ramo del suo delta. Serve a poco, perche' in breve il fondo verra' rialzato dalla terra trascinata dall'acqua.

Il cervello funziona come sistema multivariabile di interrelazioni, cio' che implica sempre la politerapia con farmaci sinergici. E la politerapia con farmaci sinergici permette bassi dosaggi, con maggiori risultati e riduzione degli effetti collaterali.

Linee di approccio alla farmacoterapia della pseudodemenza nelle demenze

Tralascero' volutamente gli esiti di perdita cognitiva da trauma cranico, perche' si tratta di eventi troppo particolari, e spesso associati a deficit motori imponenti. Stesso discorso per le emorragie interne specie in eta' inferiore ai 50 anni, da rottura di una malformazione vascolare cerebrale.

Demenza multinfartuale:
Entrando un po' piu' nel particolare, per quanto riguarda la demenza multi-infartuale, una sua terapia e' gia' il controllo di agenti causali costituiti da parametri emodinamici generali quali la pressione arteriosa, l'aggregabilita' piastrinica, e il tasso degli acidi grassi liberi. Questo puo' essere fatto per via medica, e in parte con una alimentazione orientata.

Per via medica o chirurgica puo' essere aumentata la perfusione ematica cerebrale, e con l'educazione sanitaria, o il richiamo sull'aumento del rischio, puo' essere ridotta o abolita l'aggravante del fumo di tabacco (Mayer et al., 1986; Savoldi, Zerbi e Cocchi, 1988). La componente depressiva, sempre presente, puo' essere trattata con un farmaco come la viloxazina che meno di altri abbassa la soglia epilettogena (Cocchi e Occhialini, 1982).

L’uso di farmaci nootropi ha dato risultati insoddisfacenti (Gottfries, 1987). Tra i colinergici, che non sono "la terapia della demenza", ma solo uno dei possibili mezzi terapeutici, preferisco un farmaco noto da tempo come il piritinolo, sulla cui azione, del resto esiste anche una letteratura recente molto significativa (Blusztajn e Martin, 1988; Geiner, Haase e Seyfried,1988; Toledano e Ventura, 1994).

Demenza nella malattia di Binswanger:
L'esito in demenza della leucoencefalopatia subcorticale arteriosclerotica, o malattia di Binswanger si manifesterebbe solo in circa un quarto dei colpiti dalla malattia. Il controllo medico e in parte dietetico della ipertensione e del diabete, i due maggiori fattori di rischio della malattia avra' benefici anche sul deficit cognitivo (Kindel et al, 1985; Savoldi, Zerbi e Cocchi, 1988)

Demenza nel morbo di Parkinson:
La demenza in corso di morbo di Parkinson non e' un evento ineluttabile, ne' necessariamente ad esordio contemporaneo ai sintomi parkinsoniani (Huber et al., 1986b). Pur essendo una forma sottocorticale, e quindi con componente cognitiva meno deteriorata e affettiva accentuata (Huber et al., 1986a), e' stata anche strettamente apparentata con il morbo di Alzheimer (Gottfries et al., 1980). Gia' una accurata condotta terapeutica del Parkinson, assieme al controllo della frequente depressivita', possono influire sull'aspetto demenziale. Come farmaco antidepressivo di scelta, l'amineptina, agonista dopaminergico, sembra quello piu' adatto al tipo di malattia di fondo.

Demenza senile:
Nella demenza senile, detta anche a tipo Alzheimer, l'eta' in cui essa si manifesta condiziona pesantemente ogni esito terapeutico. Il controllo di parametri funzionali, come l'azotemia, l'attenzione alla dieta, spesso inappropriata, con l'integrazione di vitamine e sali minerali, una migliore regolazione del sonno, e una terapia antidepressiva a basso dosaggio sono i cardini su cui va impostata la terapia, in cui l'aggiunta di un calcio-antagonista centrale e di un farmaco colinergico danno sempre un qualche apporto positivo.

Demenza presenile:
Ho lasciato da ultimo il vero spauracchio di tutte le demenze, quella presenile quando identificata nella malattia di Alzheimer. Pur essendo la piu' drammatica in relazione all'eta' di chi ne e' stato colpito, per fortuna non e' la demenza piu' frequente.

Per la modesta esperienza che ne ho, devo dire che una componente depressiva e' sempre presente e va trattata. Spesso anzi e' proprio la depressione il sintomo di esordio. In eta' presenile la scelta dell'antidepressivo richiede meno cautele che non in eta' piu' avanzata. Personalmente tendo ad usare un triciclico a basso dosaggio (Cocchi, 1996), ma recenti esperienze con inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) sembrano molto promettenti (Tsiouris, 1996).

Oltre all'antidepressivo, anche un ansiolitico benzodiazepinico non deve mai mancare (Cocchi, 1996), ma questa non e' una raccomandazione per gli italiani, che hanno sempre messo in pratica questo tipo di associazione.

Un altro presidio sicuramente utile e' la vit. B6, perche', come piridossal-fosfato, entra in piu' di 60 meccanismi cerebrali, tra cui tutte le decarbossilasi (Ebadi, 1981).

Tra i colinergici, preferisco anche in questo caso il piritinolo. Altre sostanze possono essere aggiunte a seconda di sintomi collegabili a squilibri di particoladri neurotrasmettitori, o in funzione della risposta EEG. In ogni caso il risultato ottenibile e' unicamente quello di rallentare un processo abiotrofico che, per ora, e' irreversibile.

Conclusione

Questa e' solo una introduzione ad un problema complesso e in corso di chiarificazione teorica e pratica. Credere che per le demenze non ci sia niente da fare in ambito farmacoterapico significa condannarsi da soli ad un nichilismo che non corrisponde alle conoscenze attuali. Pensare che si possano fare miracoli, sulla scorta di informazioni drogate e promozionali della stampa non specializzata, fa parte un tipo di speranza legittimo, ma non professionale.

Molte volte la famiglia del demente si accontenterebbe di una "piccola" risposta da parte dello specialista. Le basterebbe che il congiunto dorma e lasci dormire gli altri familiari.

Per quel che e' la mia esperienza, noi possiamo sempre dare questo tipo di aiuto, ma esso non sara' mai ne' facile ne' semplice e nella stragrande maggioranza dei casi richiedera' che la sua messa a punto venga fatta in ambiente ospedaliero, per approssimazioni successive.

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Pubblicato su Riv. It. Disturbo Intellet. 1997, 10: 69-74

 

Corrispondenza : dr Renato COCCHI, via Mercalli 10

42100 Reggio Emilia

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