L'IPOTESI DEI RADICALI LIBERI COME CAUSA DELLA DEMENZA:

SUA EVIDENTE CONFUTAZIONE NEI SOGGETTI CON SINDROME DI DOWN.

  Renato COCCHI   Giovanni SOMENZINI   Francesco ZERBI.

Fondazione Mondino - Clinica Neurologica dell'Università di Pavia
Centro di Neuropsichiatrìa Biologica.

(Testo in inglese)

  Riassunto.

La ridotta inattivazione di radicali liberi dell'ossigeno e` una delle ipotesi proposte per giustificare la comparsa della demenza di Alzheimer.  Per quanto manchino dati sperimentali conclusivi sulla sua sostenibilita` nella specie umana, nemmeno il suo rigetto e` stato raggiunto con sicurezza. I soggetti affetti da Sindrome di Down hanno un documentato aumento del 50 % dell'enzima superossido-dismutasi-1 e del 30 % dell'enzima glutatione-perossidasi, entrambi "spazzini" (scavengers) dei radicali liberi dell'ossigeno.  

Per questa ragione i soggetti Down, che hanno minore frequenza di paralisi cerebrali infantili da prematurita` e basso peso alla nascita (Cocchi, 1987), dovrebbero avere anche una comparsa piu` tardiva di demenza, rispetto agli individui normali, mentre invece viene regolarmente riportato  il contrario, e i soggetti Down anticipano in media di circa 15 anni la comparsa di una demenza di tipo Alzheimer.   

Parole chiave: Demenza,radicali liberi,sindrome di Down,enzimi scavenger.

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 L'utilizzazione metabolica dell'ossigeno, da parte dei tessuti organici dei mammiferi, provoca normalmente una iniziale produzione del radicale anione superossido (O2°)  che, di per se stesso, se in eccesso, puo` indurre danni al DNA cellulare, ossidare i gruppi tiolici  delle proteine e causare altri eventi tossici quali la perossidazione lipidica [1-2].   

L'anione superossido, abitualmente si inattiva con il dare origine a perossido d'idrogeno ( acqua ossigenata). La trasformazione avviene per due vie metaboliche: riduzione divalente (aggiunta di 2 atomi di idrogeno), catalizzata da enzimi quali la urato- e la D-amino-ossidasi, e la dismutazione spontanea o enzimatica in presenza dell'enzima superossido dismutasi (SOD).  

Anche al perossido di idrogeno sonï stati attribuiti effetti di tossicita` cellulare (citotossicita`) [5], ma e` possibile che essi siano piu` dovute a formazione di altri elementi reattivi.  

Il perossido di idrogeno viene normalmente inattivato da almeno duå meccanismi enzimatici protettivi: ridotto ad H2O+ O2, dalla catalasi dei perossisomi intracellulari o ancora ridotto ad H2O, per opera della glutatione perossidasi (GSHPx) [3-4].

Se per qualche ragione, di solito contingente e acuta e, prevalentemente, anossico-ischemica (carenza di ossigeno) [6-10], questi sistemi di inattivazione diventano inadeguati, la combinazione di anione superossido e perossido di idrogeno derivato dalla dismutazione, o da reazioni tipo-Fenton del perossido di idrogeno in presenza di sali di ferro o rame [4-5] puo` dare origine al radicale idrossilico (OH°) di estrema reattivita` con, in pratica, ogni tipo di molecola organica, sì da provocare danni cellulari irreversibili [3-4].  

 

L'ipotesi dell'aumento di radicali liberi come fattore causale della demenza.  

Una delle  teorie  dell'invecchiamento  attribuisce  grande  importanza  ad un continuo e cronico danno cellulare provocato da radicali liberi dell'ossigeno, e tende a confortare questo punto di vista con il reperto di accumulo delle lipofuscine, prodotto del degrado delle membrane cellulari.  

Questo accumulo e` dipendente dall'ossigeno e in funzione dell'eta` [6-9].  In effetti, l'autossidazione di acidi grassi polinsaturi e` un processo metabolico in grado di formare malondialdeide e radicali liberi, entrambi capaci di reagire con componenti essenziali della cellula e dare lipofuscine come prodotto di degradazione [10].  

Per di piu` i radicali liberi possono danneggiare direttamente anche i geni (elementi del cromosoma, portatori dei caratteri ereditari).  Benche` la cellula tenda a riparare, con l'intervento di speciali enzimi, i danni che colpiscono il DNA, questa capacita` riparativa e` massima solo nella fase mitotica (fase di divisione cellulare, attraverso la quale la cellula si riproduce).  

I radicali liberi si possono formare per ossidazione delle membrane cellulari delle cellule deì Sistema Nervoso Centrale (SNC), che sono particolarmente sensibili alla loro azione tossica, in quanto si tratta di cellule che non si riproducono e si trovano nello stadio post-mitotico, quando l'attivita` e` al livello piu` basso [11].  

L'accumulo di lipofuscine, che avviene particolarmente nei mitocondri, e` un processo legato all'invecchiamento e non specifico della demenza di Alzheimer.  Per quanto si siano invocate aldeidi e chetoni prodotti dall'azione dei radicali liberi, come momento iniziale di questo processo, in realta` la formazione di lipofuscine in un individuo e` una catena metabolica non del tutto conosciuta.  Sembra che la malondialdeide abbia un ruolo nella formazione di proteine e lipidi, costituenti delle lipofuscine.  

Le cellule del SNC possiedono anch'esse catalasi, glutatione perossidasi e superossido dismutasi, che sono gli enzimi protettivi (scavengers o "spazzini") contro l'azione dei radicali liberi [4].  

 

Dati in contrasto con l'ipotesi chå i radicali liberi siano la causa della demenza.  

Per quanto l'ipotesi dell'azione citotossica dei radicali liberi, come causa di demenza, sia suggestiva, essa si basa su premesse discutibili.  Pur essendo i radicali liberi dell'ossigeno citotossici e capaci di portare, alla fine, all'accumulo di lipofuscine e benche` la demenza e l'accumulo di lipofuscine siano due processi che sono in funzione dell'eta`, non e` detto, e non e` stato ancora dimostrato, che la demenza dipenda dall'accumulo di lipofuscine.  

E` ben  vero  che  tutta una  seriå di  malattie  che  presentano  un quadro di accumulo di lipofuscine (dalle lipofuscinosi neuronali ceroidi, al deficit di vitamina E e all'esito di certe intossicazioni croniche) sono anche contrassegnate dal deterioramento mentale [4], ma questo e` comune a tutti gli accumuli patologici di metaboliti intermedi (tesaurismosi).  

E` comunque certo che nella demenzá di Alzheimer, che e` la forma piu` diffusa di demenza, e` presente anche  l'accumulo nei  mitocondri (piccoli  organi della cellula, ad intensa attivita` metabolica) di lipofuscine, ma lo stesso avviene per l'invecchiamento non demenziale.  Sono state fatte ricerche che sostengono questa ipotesi.  L'attivita` della SOD cerebrale di individui normali e di dementi di tipo Alzheimer non e` stata trovata diversa [6].  

Considerando l'eritrocita (il globulo rosso) come modello, fuori del SNC, della cellula nervosa, l'attivita` eritrocitaria della SOD e della GSHPx in pazienti affetti demenza multi-infartuale e da demenza di Alzheimer non e` stata trovata alterata [7].  

C'e` comunque un grande esperimento naturale in grado di confutare l'ipotesi dell'azione citotossica dei radicali liberi come causa di demenza.  E` ormai ben noto che i soggetti Down anticipano, in media, di 10-15 anni una forma demenziale non distinguibile, da un punto di vista neuropatologico (studio della struttura formale alterata), oltre che comportamentale, dalla demenza di Alzheimer [9].  

Per di piu`, tale demenza, nei Down, e` molto piu` frequente che nella popolazione normale, e implica oltre il 40 % di coloro che arrivano a superare i 50 anni [10].  E` pero` interessante il fatto che nei Down esiste un aumento del 50 % dell'attivita` enzimatica  della SOD-1, il cui gene di controllo si trova sul cromosoma 21, triplicato in questi soggetti [11-12].

 Inoltre e` stato rinvenuto un aumento adattativo, pari al 30 %,  dell`attivita` enzimatica della GSHPx [13].

 L`accresciuta presenza di questi due scavengers sembra essere responsabile della diminuita incidenza di paralisi cerebrali infantili da prematurita` e basso peso alla nascita, condizioni assai frequenti nei Down e che, di solito, portano a lesioni cerebrali, attraverso meccanismi anossici-ischemici (diminuita disponibilita` di ossigeno) [14].  

Avendo maggiori capacita` di inattivare i radicali liberi dell'ossigeno, il Down dovrebbe essere anche protetto dalla demenza, se questa fosse dovuta all'azione dei radicali liberi.  Il fatto che cio` non si verifichi, ma anzi avvenga una anticipazione e un aumento della comparsa delle evoluzioni demenziali, deve essere accettato come evidente confutazione dell'ipotesi che vede nell'azione tossica cronica dei radicali liberi la causa della demenza di Alzheimer, almeno per i soggetti Down.  

Per gli individui normali non dovrebbe esserci differenza, ma per eccesso di scrupolo, intendiamo considerare quanto da noi riferito solo come un indizio di alta probabilita` e come ulteriore conferma degli esperimenti che abbiamo citato [6-8].  

 

Bibliografia.

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Stampato su Riv. It. Disturbo. Intellet. 1988, 1: 153-156.

 

Corrispondenza: dr Renato COCCHI, via Rabbeno, 3

42100 Reggio Emilia (Italy)

renatococchi@libero.it

  

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